Rieccomi ristabilito nel mio ruolo. In mia assenza i lavori sono proseguiti, lentamente ma sono proseguiti – non mi posso lamentare, non sapevano della mia partenza e le forniture di cantiere erano ridotte in quanto mancava la programmazione. Come primo incarico rifornisco tutti di materiale. L’ école maternel (NDR: scuola materna), aspettava i finestroni in ferro e i “serpent” (struttura metallica per l’ancoraggio della copertura del tetto in lamiera). Occorrono più viaggi, inoltre devo trasportare anche i soudeurs con tutta l’attrezzeria per saldare – gruppo elettrogeno compreso. Poi è la volta della maternité, occorre la sabbia per preparare il fondo della veranda. Piove, fare viaggi sulla pista era ragionevole, a parte i vestiti zuppi, con il trattore, non hai problemi di arenarti nelle pozze. Andare in cava a prendere la sabbia è un altro discorso: l’accesso è viscido e franoso e già in condizioni di tempo favorevole è impresa da ponderare. Ora con il maltempo, la pioggia, il fango, la sponda cedevole, il viaggio merita una riflessione. Ecco… ora ho riflettuto… i muratori sono inattivi hanno come priorità le sable, parto!.
Oramai ci sono abituato, la solita pista impraticabile con la differenza che sto guidando un trattore: inarrestabile con le sue “quatre roues motrices et les redoutes pourries” (NDR: quattro ruote morici e le marce ridotte). In effetti volo sulle pozzanghere procurando schizzi di acqua putrida ai miei lati, lasciando un solco visibile dove passo. Nessun problema, carico velocemente mentre il cielo si rasserena e smette di piovere, mi avvio sulla strada del ritorno. Ma l’avventura è sempre in agguato. Ho percorso una decina di km e fra un paio arriverò al cantiere, quando Jape mi fa cenno di fermarmi, scende e mi dice: “détraqué un pneu” (NDR: hai rovinato un pneumatico).
In effetti il trattore sbandava leggermente ma pensavo fosse il fango e la sabbia che ricopriva tutta la pista e il fondo delle pozzanghere. Riparto, forse riesco ad arrivare mancano due, forse tre km, ma dopo poche centinaia di metri mi devo arrendere: è rischioso procedere sia per il pneumatico che si potrebbe lacerare completamente, sia per l’instabilità del mezzo. Come mi fermo si affloscia all’istante, faccio leva con la pala meccanica per tenere la ruota sollevata e, lasciato Japè a proteggere il veicolo, mi avvio a piedi verso il cantiere. Nonostante il cielo nuvolo, arrivo sudato. Recupero un’auto, due uomini, le chiavi inglesi per smontare la ruota e ritorno. Rientriamo al cantiere con questa enorme ruota di trattore di traverso sulla sponda lasciata aperta dell’auto e, mentre i due “mécaniciens improvisés” (NDR: meccanici improvvisati) iniziano ad attivarsi per smontarla e cercare il trou, vado ad avvisare di non fermare il gruppo: ci serve il compressore con la massima potenza.
In un ora la ruota è riparata, tutto senza attrezzatura idonea, ma con leve, stanghe, barre, pezzi di legno. Sembra assurdo, ma è così che lavoriamo normalmente: probabilmente i “nostri gommisti” resterebbero inorriditi. Rientro in brusse, montiamo la ruota e ritorniamo tutti soddisfatti e appagati. Sono le 14 quando mi infilo sotto la doccia. Il convivio era alle 13, Anna mi stava aspettando, anche lei ha fatto tardi ed ora ci concediamo il nostro pranzo, ci sembra buono, o forse è solo la fame che si fa sentire.
Per inserire un commento a questa pagina è necessario registrarsi al sito. Segui questo link per effettuare la login, o per creare un nuovo utente.
Home