Gianni Pesticcio Diario Tchad
12 Agosto 2006 - Tchad (Goundi)
Il recupero dei medicinali
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meds

Scruto il cielo, non vedo nuvole e questo mi fa ben sperare. Ho dato disposizioni a tutti i miei operai: entro le sette dobbiamo partire. In brusse su una pista sterrata, da 15 giorni è bloccato il camion contenente la fornitura annuale dei farmaci. La spedizione sarà formata da tre mezzi, il trattore con il rimorchio e 10 uomini a bordo, la Toyota double guidata da Taj e 4 persone, e la Nissan guidata da Prosper e le autorità, due gendarmi, il funzionario Doganale ed il suo segretario.

Quando arriviamo sul posto, dopo aver percorso 45 km di sterrato, vediamo subito che la situazione non è semplice. Il camion è inadeguato per il trasporto, è un vecchio Mercedes, sgangherato ed inaffidabile; inoltre il container è notevolmente più lungo del mezzo, sporge notevolmente dal camion ed il peso è pertanto mal distribuito. Il longherone del mezzo tocca la sabbia poiché è sprofondato lentamente fino ad adagiarsi al livello del pianale. Gli uomini compiono un buon lavoro, scavano davanti e dietro al mezzo facendo una sorta di scivolo e la rendono solida con grossi rami pressati nella sabbia. Dopo vari tentativi utilizzando il trattore e tutte le “bras possibles” (NDR: braccia possibili) riusciamo a disinsabbiarlo. Ma la felicità dura molto poco, percorsi duecento metri si ferma definitivamente, ha rotto l’albero della trasmissione. Ci consultiamo velocemente su cosa fare, i funzionari di dogana sono presenti, ci autorizzano la rottura del lucchetto e dei sigilli e iniziamo lo scarico manuale del camion.

Il rimorchio del trattore viene riempito all’inverosimile, così come i pianali dei due fuoristrada. Riusciamo a trasportare mezzo carico; ora velocemente torniamo a Goundi per fare un secondo viaggio: i farmaci sono in salvo. Uno dei militari armato di mitragliatore sale sulla pedana della motrice e mi scorta fino a destinazione. Sono due ore di percorso, viaggio veloce, prendo qualche rischio: il mezzo con il suo carico traballa e saltella, il militare si regge a fatica, ma arriviamo per le 14, scarichiamo velocemente e ritorniamo in brusse. Sono altrettanti km, con altrettante buche, pozzanghere e sconnessioni. Rifaccio il carico, avanza pochissima merce, le due auto decidono di ripartire subito con il loro fardello, tenteranno un terzo viaggio. Io mi posso avviare senza scorta, il militare ha borbottato in arabo che sono imprudente e vado troppo veloce. Non mi preoccupo: se dovessi incontrare difficoltà o avere guasti, le auto al loro ritorno mi troveranno fermo in pista.

Bene, i fuoristrada partono a razzo ed io al seguito. Con me in motrice Japè, seduti sul carico coperto dal telone a qualche metro di altezza Amin e Baj. Il tragitto, inizialmente stimato in tre ore di percorrenza, è stato fatto in un ora e quaranta, i due operai sul carro mi incitavano gridando: “plus rapide Jani hauuuu est incroyable” (NDR: Gianni più veloce, hauuuu è incredibile). Si reggono alle corde e rischio di perderli almeno un paio di volte: quando passo sotto gli alberi vengono “frustati” dalle fronde, ma loro continuano ad esortarmi “ancre, ne pas ralentir” (NDR: ancora, non rallentare).

Temo il buio, il trattore ha i fari posizionati dietro la pala e non mi fanno vedere la pista, devo correre oltre l’immaginazione. Solito rituale al mio arrivo, “bon Jani” (NDR: bravo Gianni), mi gridano, e poi sento Amin e Baj raccontare il viaggio non senza qualche esagerazione. Termino lo scarico dei farmaci alle 19.30, oramai è buio da almeno un ora e l’ultimo tratto del viaggio l’ho fatto a “memoria”. E’ stata dura, un altra giornata è trascorsa all’insegna dell’imprevisto, ora mi aspettano ventiquattro ore di riposo.


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