Molti sono i racconti della giornata, dovrò essere stringato necessariamente per darvi gli ultimi aggiornamenti; tutti gli eventi richiederebbero una sintesi di documentazione fotografica che cercherò di espletare.
La nostra referente è Maria in qualità di “sponsor” ufficiale di Barzana. La colazione è fugace, ascoltiamo il programma della giornata: ci si attende circa 200 invitati, oltre a tutti maçons e a tutto il personale dell’ospedale, ci sarà il Prefetto, l’Imam (titolo conferito al capo della comunità), tutto il Clero locale, i Funzionari, i Protestanti e tanti altri ancora. La cerimonia prevede: i discorsi delle autorità, il taglio del nastro, la visita guidata. La cena verrà suddivisa in due caste: nella zona ove sorge l’abitazione dei gesuiti ci saranno le autorità, nella zona dei laici tutto il restante personale.
La mattina inizia con lo scarico del camion contenente i materassi. Molti sono i maçons che ci sono stati assegnati e che sono a disposizione dell’organizzazione. Tutte le camere vengono allestite con letti, materassi e copriletto, si stabiliscono i percorsi degli ospiti e si invia l’auto della pro loco a Koumra per acquistare 200 bibite, oltre a piatti, bicchieri e altro.
Nella mattinata portano un bue, il “boucher-vétérinaire”, eseguito un rituale di purificazione, sgozza l’animale. Il compito di squartare e sezionare la povera bestia è compito dei maçons. Ammin, il mio fido aiutante, è come sempre un protagonista, si adatta e sa fare un pò di tutto: maçon, hydraulique, boucher, chasseur. Un grosso sacco di riso (circa 1 quintale) viene dato ad un gruppo di donne ingaggiate per l’occorrenza. Il riso è ancora da mondare e questo compito viene svolto con delicatezza e maestria facendolo roteare sopra un vassoio e travasandolo in recipienti. I chicchi di riso così sbramati verranno poi posti in cottura.
Vi sono diversi pentoloni posti sul fuoco pronti ad accogliere i soffritti di cipolle ed interiore. Nessuna parte del bue resta inutilizzata. I miseri resti di sangue e frattaglie rotte sono pasto prelibato di grosse cornacchie che volteggiano e scendono a cibarsi a pochi metri dal punto focolaio. Cerco di immaginare il nostro “ufficio igiene” che si aggira fra resti di animale, sangue, insetti e grosse mosche verdi che si posano sulla carne deposta su fogliame per evitare il contatto con la sabbia. Scaccio queste figure dalla mente e continuo a fotografare.
Ultimo aggiustamento prima del vernissage: disponiamo le seggiole per le autorità all’ingresso della maternità e colleghiamo gli altoparlanti. Ora tutto è pronto, resta solo il tempo per una veloce doccia e il cambio degli indumenti. E' un “cérémonie officielle” e il popolo ciaddiani recepisce questi avvenimenti con molta autorevolezza, prestigio e solennità. Nella modesta abitazione di “Doucirant” vengono uccisi ulteriori cinque capretti. È stato allestito un enorme forno di terracotta e le povere bestie sono state cucinate contemporaneamente e tenute in caldo per il cenone.
Alla cerimonia presenziano tutte le Autorità, una cinquantina di bambini della locale scuola agraria sono schierati e intonano un benvenuto al giungere degli invitati: “bienvenu monsieur Préfet...., bienvenu monsieur Imam, bienvenu monsieur Curé, eccetera”. Ci sono i discorsi di presentazione, la Pro Loco è ospite d’onore e consegna ufficialmente la maternità e la Toyota al popolo ciaddiano. Ascolta attenta i ringraziamenti e le riconoscenze delle rappresentanze. Si taglia il nastro, si scopre la targa, e si procede a un giro di presentazione e di illustrazione dell’opera.
Ora ci aspetta la cena, siamo in molti, tanti, tantissimi, in due piazzali differenti vengono accompagnati gli invitati. Il piazzale delle autorità e quello degli invitati. Si ha l’impressione di un grande pic-nic, si cena con un rituale austero e cerimonioso, e solo quando il Prefetto saluta e si allontana, tutti gli invitati possono abbandonarsi alla “festa”. Ci ritroviamo solo noi laici, il gruppo di Barzana e i volontari francesi e argentini nella nostra sala da pranzo, vogliamo concludere con un buon caffè “all’italiana” ed intonare canti bergamaschi. Naturalmente siamo in pochi a conoscerli ma questo non importa, anzi, ci rende ancor più orgogliosi, sentiamo le nostre radici e il nostro cuore battere emozionato e soddisfatto per la solidarietà accordata e per l’opera realizzata.
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