Oggi siamo liberi da incombenze, le commissioni sono gia state fatte e ci aspetta un pranzo “stile europeo” nella zona sud. Si tratta di un club privè a 25 km dalla città, con piscina, tovaglia, posate e bicchieri per bere. Tutta la zona è una enorme piantagione di canna da zucchero, c’è il più grande stabilimento del Tchad per la produzione di zucchero ed è gestito da europei. Vi sono casette con televisore, antenna satellitare, scuole e tante, tante, tante guardie armate di vigilanza.
All’ingresso ci chiedono i documenti e informati che siamo la delegazione di “Goundi-Barzana” ci aprono il cancello di questo “paradiso”. Ci fermiamo al bordo della piscina, vediamo bambini giocare nell’acqua, ci sediamo e facciamo le ordinazioni per l’aperitivo. “Guinness” ordino io pensando di non trovarla, ma vengo accontentato con una punta di delusione. All’interno della sala da pranzo c’è l’aria condizionata, è un lusso che non ci aspettavamo. La proprietaria, una donna libanese, ci fa gli onori della casa e ci fa accomodare al tavolo. Antipasti, pesce, dolce e caffe. Siamo soddisfatti e mortificati: solo poco distante c’è gente che patisce la fame, la sete e che è falcidiata dalla malaria.
Togliamo il disturbo subito dopo il pranzo e rientriamo al centro. Qui ci aspetta una donna coperta di stracci, viene a venderci i suoi prodotti, li acquistiamo e ci prepariamo alla partenza. La strada del ritorno è lunga ed imprevedibile, faremo tutti la diretta, Taj farà da battistrada segnalando le insidie lungo il percorso. Ho poco da raccontarvi su questa giornata, è troppo scontata e troppo europea: solo il viaggio di ritorno è africano e questo ci riporta nella realtà che ci attende. Le macchine sono cariche e ciò che conta è che noi siamo appagati dei nostri acquisti. Arriviamo a Goundi per cena, ora siamo di nuovo a “casa”, forse non è quella che sogniamo, quella che desideriamo, ma è quella che ci ha portato in Africa e che ci ha spinto ad aiutare con il nostro piccolo aiuto questo popolo.
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